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trentatrè, più due, fissati a spasso / tremano sui sampietrini di chivasso

second edition, la seconda volta. che non è mai come la prima.
infatti alle cinquequarantacinque via torino è asciutta, buia e silenziosa. la nuova vigevanese è deserta ed avvolta nella nebbia. ma ben trentacinque frati officiati con affettuosa autorevolezza dal reverendo menthos, viaggiano in fila indiana con un grande sole rosso alle spalle, che poi a mortara ci scalda i soprasella con i primi raggi caldi. e non ci abbandonerà, senza mai strafare, fino al pavè sabaudo.
torino ci accoglie con la più schietta ospitalità terrona: tarallucci e vino. qualcuno magari deve essere imboccato, chè le mani stringono convulsamente il manubrio e non riescono ad aprirsi dopo 5 o 6 o 7 ore di presa a tenaglia.
e magari le gambe continuano a girare a vuoto, anche se siamo seduti sulle panchine del palazzo di città. mentre qualcuno corre in stazione, perchè i doveri familiari chiamano, e altri si rilassano con il pasta party del politennico.
il mio primo pensiero è: fosse solo per tirare giù dal letto 30 giovani ciclisti alle cinque. sarebbe già un motivo sufficiente. se poi arrivano tutti a torino con le loro gambe, allora è un grandissimo successo e un grazie a chi se ne è assunto la reponsabilità.
la prima sosta è ad abbiategrasso, dove caffè, pipì, chiacchere e primi indumenti che scivolano sensualmente a terra. poi si passa vigevano, ma ci crediamo solo perchè c’era scritto e il gruppo si spezza in duetre tronconi. davanti capomeccanico tira e colleziona GPM da cavalcavia, poi però tira dritto a morano e lo rivediamo a torino. peccato aver perso un pezzo pregiato del gruppo.
si passa anche casale, che era lì giù da qualche parte, nascosta tra rotonde e cavalcavia e svincoli e stazioni di servizio. pochi colpi di pedale ancora e morano, austero borgo medievale tra amianto e uranio, ci apre i suoi portici. il blue moon bar si riempie come mai gli era capitato e la dispensa si svuota rapidamente. la sosta è lunga e in parecchi ci dimentichiamo perchè eravamo arrivati fin lì e perchè dovevamo ripartire. ah già, era per i taralli di via milano! è qui che prende le redini della situazione una new entry (almeno per me) sponsorizzato da sub-prime, hedge funds e titoli tossici. chi riesce a rimanere appeso con le unghie alla sua ruota vede sfrecciare i paesi colla coda dell’occhio, che neanche riesci a leggere il nome.
la risaia è sempre quella e il cartone animato non richiede troppe tavole a gianluca per lo sfondo. la media si impenna e la lancetta sfonda il quadrante: invano lancio il grido di battaglia “molabuni” . il rantolo si perde nel nulla.

così – senza programmazione – ci fermiamo prima di chivasso. classiche le due chiacchere col ciclista attempato: “che io coppi bartali bugno e moser …” il gruppo si ricompone e riparte con passo guardingo, gamba legnosa e kriss tra i denti.
ricordiamo che lì – la prima volta – il travone ci aveva salutato e parlato di business. stavolta bastano un paio di scatti secchi di rocco che fanno esplodere il gruppetto.

che rabbia, perdo l’attimo e rimango indietro e così sarà per settimo, sarà per viale giulio cesare, sarà per via milano.
grande accoglienza in piazza, il tarallo si scioglie in bocca, il vino sciacqua e benedice.
poi in treno scopriamo che il tupolev che ci ha tirato oltre il muro del suono, senza chiedere cambi e barrette, era o è – non s’è capito – un triatleta professionista, che mieteva medaglie in tutti i campionati, militari, italiani europei mondiali parrocchiali e di più.

ecchecazz, me lo potevate dire prima!

invel