Il 25 maggio 2021 Diana partiva alla volta di Santa Maria di Leuca, in sella a una bici. Una prima assoluta per lei, che ci racconta come è andata; un bel viaggio e anche un bell’incoraggiamento per chi ha qualche timore di partire.

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La vita è fatta di prime volte ognuna delle quali genera sempre grandi emozioni. Il primo giorno di scuola, il primo appuntamento, la prima vacanza senza genitori – giusto per citarne qualcuna – sono esperienze che accomunano tutti noi; ce ne sono poi altre legate alle inclinazioni personali e sono talmente tante, e variegate, che nessun pensiero umano è in grado di contenerle tutte.

Ora, tra le esperienze fuori dal mio ordinario, la prima volta da ciclo-viaggiatrice ha lasciato il segno e dopo essermi presentata brevemente, vi spiegherò il perché.

Il mio nome è Diana, già ben radicata nella fascia degli “anta”, con una passione smodata per viaggi e scrittura che nel tempo ho trasformato in uno stile di vita, oltre che nel mio lavoro: la metà dell’anno la trascorro in giro per il mondo, l’altra metà faccio base a Milano (ma sarebbe più appropriato l’uso dell’imperfetto considerato l’arrivo del Covid che ha sconvolto il mio equilibrio, relegandomi tra i confini nazionali).

Poco male, pensa l’ottimista che è in me. Lavorando con l’estero conosco poco l’Italia e questa è sicuramente l’occasione giusta per iniziare a farlo! Così, per renderla più appetibile al mio spirito nomade ed esterofilo, scelgo di esplorarla in bicicletta attraversandola da nord a sud lungo il versante Adriatico, da Milano a Santa Maria di Leuca.

Detto fatto, la decisione è presa! Ora però bisogna superare il primo grande scoglio: trovare il mezzo adatto a questo tipo di viaggio. Dettaglio non irrilevante! Tra la pandemia che ha dato impulso al turismo lento nel Bel Paese e il bonus 2020 per l’acquisto di biciclette, le due ruote a pedali sono diventate merce rara! Più facile trovare un diamante sotto il cuscino che una bici da cicloturismo nei negozi di Milano!

Qualche rivenditore poco serio, puntando sulla mia inesperienza, cerca di rifilarmi una citybike da 250 euro sostenendo che arriverò a destinazione senza problemi. Sarà come dice ma non mi convince per cui procedo nella mia ricerca fino a quando un amico mi consiglia La Stazione che mi offre una Tour de Fer della Genesis per rendere la mia prima volta memorabile.

“Tu decidi di fare un lungo viaggio in bicicletta senza nemmeno avere la bicicletta, e per giunta da sola! Ma non hai paura? Sei tutta matta!

Ecco la reazione di amici e parenti quando comunico loro la notizia. Reazione in parte comprensibile che mi scivola addosso come acqua sulla roccia: volere è potere e se ce la fanno gli altri, perché non dovrei riuscirci io? Perché non ho esperienza?

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza: c’è sempre una prima volta nella vita. Probabilmente avrebbe più senso iniziare con un giretto di qualche giorno, come fanno tanti, lo so bene, ma voglio tornare a sentire l’ebbrezza della libertà, quella che solo un lungo viaggio itinerante è in grado di darmi. Quell’ebbrezza che mi consentirà di raggiungere la meta.

Alla fine i fatti mi danno ragione e se sono qui a raccontarlo è perché non è stato un viaggio come tanti.

Essendo partita senza l’ABC mi sono formata sul campo, una palestra che sotto molti aspetti vale più di mille teorie. Ho lasciato Milano il 25 maggio rigida come un manico di scopa e quando ho raggiunto Santa Maria di Leuca, in sella alla bici ci ballavo la lap dance.

Superfluo a dirsi che una serie di piccoli incidenti di percorso ha battezzato la mia prima volta, tutti prevedibili da un ciclo-viaggiatore ma che una neofita come me nemmeno se li sogna. Nella mia beata ignoranza sono partita pensando che gli unici problemi da affrontare sarebbero stati quelli legati allo sforzo fisico e agli eventuali guasti tecnici che nel caso della mia bici, nuova di pacca, non mi preoccupavano granché.

Senza quella beata ignoranza, che preferisco considerare sana incoscienza, non sarei partita a cuor leggero.

Se avessi saputo a priori che la mia inesperienza mi avrebbe vista percorrere la Paullese prima e la via Emilia poi – con i TIR che mi facevano pelo e contropelo – o che sarei stata travolta dal ciclone africano rischiando un colpo di calore, così come se avessi anche solo pensato di potermi ritrovare accerchiata da branchi di cani randagi, o di perdermi tra le campagne della Capitanata su strade dimenticate da Dio e dagli uomini… forse non sarei qui a raccontare la mia prima volta da ciclo-viaggiatrice!

Già. Se avessi immaginato tutto questo, probabilmente avrei dato retta ad amici e parenti e non sarei partita, ma per fortuna la mia immaginazione non è così fervida.

Perché nonostante queste piccole disavventure, dire che è stata una delle esperienze più intense che abbia vissuto è riduttivo. Mi sono affacciata al mondo del ciclo-turismo quasi per gioco, priva di aspettative oltre che di esperienza, e come spesso accade quando non ci si aspetta nulla, tutto ciò che arriva lo si vive con sorpresa e meraviglia.

Ho assaporato l’Italia lentamente impregnandomi di suoni, colori e profumi.

Ho pedalato con i sensi in allerta, testimone privilegiata di un’Italia in mutamento che mi ha resa partecipe della sua ricchezza e varietà.

Ho scoperto luoghi di cui non immaginavo l’esistenza, intrisi di storia e di magia.

Ho incrociato sorrisi, sguardi curiosi e cuori generosi.

Giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata, io e Lei sempre più sintonizzate abbiamo fatto un bagno di umanità e tutto quel che ho sempre cercato altrove, inaspettatamente l’ho trovato qui!

No! Definitivamente non è stato un viaggio come tanti. È stato, semplicemente, il viaggio. Diana Facile